Negli anni ’50 e ’60 del secolo scorso l’Umbria è, alpinisticamente parlando, una nicchia un po’ isolata e un po’ depressa, psicologicamente lontana da affermati poli alpinistici dell’Italia centrale – Roma, Ascoli, il Gran Sasso – e, a maggior ragione, dai mitici “alpinisti del Nord”, nei confronti dei quali non resta che nutrire un robusto complesso d’inferiorità. A livello nazionale, gli ultimi anni ’60 sono momenti di grande fermento tecnico e culturale, nel mondo alpinistico come in quello politico e sociale. I “nuovi mattini” di Gian Piero Motti e la sua irriverente banda mettono alla berlina i sacri miti (e riti) dell’alpinismo eroico e della “lotta coll’alpe”, troppo a lungo rappresentata perfino sulla tessera del CAI. Strane, frammentarie notizie provenienti da lontane frontiere del mondo alpinistico – big walls californiane affrontate al grido di “martello e spinello”, desolate croste di ghiaccio nelle highlands scozzesi domate con attrezzi inquietanti dal nome di Terrordactyl – scuotono l’ambiente italiano, tradizionalista e forse un po’ troppo seduto sui suoi allori pre e post bellici.

E’ proprio in quegli anni che nel periferico ambiente alpinistico umbro irrompe, come una ventata di energia vitale, una straordinaria figura di alpinista-filosofo, Giulio Vagniluca. Non solo per un’attività alpinistica di assoluto rilievo, spesso in solitaria e/o d’inverno, principalmente nel gruppo dei Sibillini fino ad allora colonizzato da romani e ascolani; soprattutto per l’impegno messo a dimostrare che anche in Umbria si può praticare un alpinismo di qualità, senza complessi o sudditanze di alcun genere. Di Giulio Vagniluca si può riferire dell’apertura, in invernale, di una difficile via nuova sulla parete Est del Monte Bove (1970), della prima invernale della via Alletto – Consiglio al Monte Bove (1971), della spedizione al Nevado Huallanca nelle Ande peruviane (1971), del viaggio alpinistico sul Kilimanjaro e sul Ruwenzori (1972). Ma è anche doveroso ricordare la determinazione con cui spinse la Sezione di Perugia a organizzare nel 1968 il primo corso di roccia in cui svolse da subito il ruolo di istruttore. 

Per tutti i dieci anni successivi Giulio Vagniluca fu l’anima di corsi realizzati in modo sistematico con cadenza annuale, facendo così uscire di fatto l’insegnamento dell’alpinismo in Umbria da quella sensazione di provvisorietà che l’aveva fino ad allora caratterizzato. In questo senso, Giulio Vagniluca fu un autentico pioniere, un apritore di nuove strade: e su queste strade si incamminarono in molti, primi fra tutti Paola Gigliotti e Massimo Marchini che consolidarono quello che Giulio Vagniluca aveva iniziato.

Sul piano della didattica, lo slancio impresso da Giulio Vagniluca viene però brutalmente arrestato. Nei primi giorni del 1979 Giulio Vagniluca, non aveva ancora 41 anni, scompare colpito da un ictus che non gli ha lasciato scampo. Si può immaginare lo smarrimento che un evento così improvviso e violento può aver provocato in un ambiente ancora piuttosto fragile … Ma Giulio Vagniluca aveva ben seminato. Pochi anni dopo il bisogno di una didattica dell’Alpinismo sistematica e approfondita riemerge a Perugia in modo più esplicito ad opera di alcuni membri del locale Gruppo Roccia che, superato il corso/esame organizzato dalla Commissione Interregionale Scuole di Alpinismo avevano conseguito il titolo di Istruttori. Così, a partire dal 1985, si possono finalmente organizzare corsi sezionali di alpinismo ufficialmente riconosciuti dal CAI, e, infatti, da allora non è passato anno in cui non fossero proposti uno e talvolta anche due corsi. Si è ormai innescata una reazione a catena: nel volgere di pochi anni “nascono” nuovi Istruttori di Alpinismo e, essendosi intanto affiancata all’attività alpinistica quella sci alpinistica, due Istruttori di scialpinismo. Ma, cosa forse la più importante di tutte, la didattica dell’alpinismo e dello scialpinismo esce dall’ambito strettamente perugino per diventare un punto di riferimento anche per altre Sezioni umbre, prima fra tutte Città di Castello. In altre parole, nel corso degli anni ’90 i corsi della Sezione di Perugia tendono ad acquistare una valenza tipicamente intersezionale. Nel frattempo, un mutamento delle norme adottate dal CAI a 

livello nazionale rendeva necessaria, per proseguire l’attività didattica, la costituzione in modo formale di una Scuola di Alpinismo. Nasce così la Scuola che, con doveroso riconoscimento del suo ruolo di precursore, viene intitolata a Giulio Vagniluca. Ben presto la Scuola diventa intersezionale, coinvolgendo tutte le sezioni CAI dell’Umbria (Spoleto poi si staccherà per creare una sua Scuola strettamente sezionale), cresce il numero degli istruttori, ai tradizionali settori di attività – alpinismo e scialpinismo – si affiancano i corsi di arrampicata libera e di sciescursionismo. L’offerta formativa si amplia: oltre ai corsi di base sono proposti anche corsi avanzati e specialistici, di alpinismo su roccia, di alpinismo su ghiaccio, di scialpinismo, di arrampicata su cascate di ghiaccio.

Allo stato attuale (2014) la Scuola è costituita da 41 istruttori di quattro diverse discipline, che provengono da tutte le sezioni umbre del CAI e, oltre all’insegnamento delle varie attività in montagna per i soci, si occupano anche della formazione di 14 aspiranti istruttori, nuove leve su cui contare per la continuità dell’azione didattica. Con questi numeri la Scuola “Giulio Vagniluca” si pone come uno dei più importanti punti di riferimento per chi, in centro Italia, sia realmente interessato all’apprendimento delle discipline della montagna. Si può dire che questo sviluppo, frutto dell’impegno di molti alpinisti preparati e motivati, non fosse del tutto prevedibile negli anni ’70 del secolo scorso; ma ci piace pensare che Giulio Vagniluca abbia forse immaginato qualcosa del genere e che, se fosse ancora con noi, sarebbe molto soddisfatto …

Marco Geri

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